La sfida della biodiversità per una nuova egemonia culturale dell’ambientalismo

E’ da poco incominciato l’Anno Internazionale della Biodiversità, come è stato dichiarato dall’ONU il 2010: occorre oggi fare con urgenza una profonda riflessione sull’attuale grave crisi dell’ambientalismo, su come invertirla e segnare un percorso nuovo e forte per la (ri)conquista dell’egemonia culturale nel nostro Paese. La domanda centrale che bisogna porsi è questa: perché rispetto agli anni ’80, nonostante l’esponenziale aggravarsi di ogni riferimento e condizione ambientale, dalla disponibilità delle risorse al saccheggio e alla distruzione della natura, della storia e della cultura, l’onda lunga dell’ambientalismo, partita da oltreoceano, si è esaurita e l’ambiente, nell’accezione più ampia e complessiva, è divenuto questione insignificante, marginale, se non proprio inesistente, su ogni piano, politico, istituzionale e sociale? Dire ciò non significa affatto svilire le iniziative e le lotte sostenute da associazioni, gruppi e singole persone: esse anzi acquistano una valenza ancora più alta, perché allo stesso tempo danno il significato di quale fondamentale argine abbiano costituito contro l’onda distruttrice della politica economica e dello sviluppo seguiti in questi anni in Italia e attestano la grande capacità di resistenza e di consolidamento di un immenso patrimonio di analisi, di riflessioni e di lotte, anche nell’identità delle sconfitte subite, base essenziale per la radicale inversione di cui ha bisogno il Paese.

Ricordo, quale esempio, alcuni emblematici fatti avvenuti appunto negli anni ’80 e nei primi anni ’90. A livello mondiale:

- nel 1987 - pur con tutti i limiti di cui ho parlato ampiamente in altre occasioni - venne introdotto, con il Rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED), il concetto dello sviluppo sostenibile, con un evidente superamento di alto valore etico del Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972: si responsabilizzano le generazioni viventi (abitanti attuali del Pianeta) rispetto a quelle future;

- nel 1992 si tenne la Conferenza di Rio, il Summit della Terra - indubbiamente il punto più alto della presa di coscienza e della sensibilità ambientale mondiale - che attivò prospettive e impegni di valore universale sui cambiamenti climatici, sulla Carta della Terra, sulla diversità biologica, sulle foreste, sull’acqua: impegni purtroppo poi totalmente disattesi.

A livello nazionale:

- nell’estate del 1986 fu istituito il Ministero dell’Ambiente, che apparve come un vero trionfo anche politico per tutti noi ambientalisti di allora, con un ruolo fondamentale delle stesse associazioni, peraltro titolari giuridici in ogni reato contro l’ambiente;

- l’8 e il 9 novembre del 1987 la quasi totalità del popolo Italiano (80%) si espresse contro il nucleare nel referendum;

- nel maggio 1989 fu approvata la legge 183 di difesa del suolo e delle acque;

- nel 1991 furono promulgate la legge quadro sulla tutela degli animali e quella sulle aree naturali protette, premessa per importantissimi parchi nazionali quali quelli del Cilento-Vallo di Diano, del Gargano, del Gran Sasso e Monti della Laga, del Vesuvio, della Maiella.

Sul piano politico-istituzionale le liste verdi, Sole che ride e Arcobaleno, erano in impetuosa crescita: questo patrimonio ha costituito lo zoccolo duro, la fortuna e la garanzia elettorale degli eletti verdi per più di un decennio.

Il dato di fondo generale di quegli anni era però l’egemonia culturale della questione ambientale[1], che costringeva ogni maggioranza, anche politica e istituzionale, a tutti i livelli a misurarsi con essa. La proposizione di egemonia culturale[2] aveva trovato una nuova essenza in un pensiero più universale, quello ambientalista, che si caratterizzava in maniera significativa nelle associazioni, nei partiti verdi e nei movimenti, ma che in realtà permeava una moltitudine ben più vasta della loro stessa entità: è come se la struttura, e cioè il Pianeta, avesse determinato, con l’immane forza dei suoi problemi e l’insostenibilità del modello produttivo ed economico, l’ideologia di un nuovo rapporto dell’uomo in ogni suo atteggiamento verso il pianeta Terra.

In altre circostanze ho cercato di dare un contributo per una riflessione sulle cause dell’esponenziale precipitare di tale egemonia e sulla capacità del sistema politico, economico e sociale, oggi dominante, di riaffermare pensiero e condizioni antecedenti alla predetta lunga onda ecologista, a un livello tale da consentire - per citare un emblematico esempio - al ministro Scajola[3] di violentare, senza problema alcuno, la volontà popolare espressasi nei referendum sul nucleare e imporre, in contrasto con la Costituzione e con la manifesta opposizione della maggioranza delle regioni, la scelta di centrali nucleari e di impianti di produzione del combustibile nucleare, addirittura consegnata direttamente ai privati. La riflessione che bisogna fare è perciò su come riportare nel cuore e nella mente della maggioranza delle persone i valori, le idee, i progetti e le sfide di una scelta ecologista e pacifista: una scelta che si afferma perché giusta e assolutamente necessaria per l’oggi e per il futuro, capace cioè di dare risposte ai bisogni materiali e immateriali dell’umanità, nel contesto della continuità e della qualità della vita dell’intero Pianeta.

La sfida ambientalista è perciò sicuramente a tutto campo: dalla ridefinizione del lavoro, come costruzione dell’arricchimento dei valori dell’umanità, alla teoria e alla prassi di una nuova economia fondata sull’ecologia. Ma la sfida ambientalista deve essere soprattutto la sfida della biodiversità: non l’uomo al centro del Pianeta, ma la sua illimitata ricchezza di esseri viventi, animali e vegetali, all’interno dei suoi scenari incommensurabili di paesaggi, di luci e di colori. L’ambientalismo, come filosofia e cultura della biodiversità, assume perciò questa valenza: costruire il futuro di un’umanità non necessariamente infelice e sola in un inerte e informe Pianeta, ma espressione di vita tra l’infinita moltitudine delle altre. Ciò significa rapportare tutti i problemi del mondo di oggi, dall’insostenibilità dell’attuale sviluppo ai cambiamenti climatici, non solo alla necessità inderogabile di un nuovo ordine economico, politico e sociale fondato su una nuova giustizia tra i vari paesi e all’interno di essi, ma anche, e in maniera non secondaria, agli interessi generali degli altri esseri viventi e della loro casa naturale, il volto stesso del Pianeta.

La sfida è immensa, perché si tratta di arrestare quello che sembra un processo sempre più irreversibile, e che nella sua irreversibilità richiama sempre più risorse, spazi vitali, che per la limitatezza del Pianeta, vengono necessariamente sottratti al resto del mondo vivente. La sfida congiunge indissolubilmente la concretezza degli atti, individuali e collettivi, di iniziative e di lotte, con il recupero di un umanesimo naturalistico, quale pensiero alternativo a un pensiero tecnocratico-positivista, dogmaticamente chiuso sullo sviluppo illimitato, sulla certezza della capacità della tecnologia di trovare soluzione a ogni problema. La scienza e la tecnologia non solo non sono categorie antitetiche a un nuovo umanesimo, ma assumono rilevanza decisiva come percorso materiale per il suo perseguimento.

La sfida è immensa, perché la realtà è profondamente diversa e soprattutto perché ogni impegno, anche di portata riduttiva e limitata rispetto alle grandi scelte, viene disatteso. Rispetto alla Convenzione di Rio del 1992, il tasso di perdita della biodiversità, come risulta da una valutazione dell’ottobre 2009, non solo non si è ridotto secondo gli obiettivi prefissati, ma è ulteriormente cresciuto ed è stimato oggi intorno alla perdita di 12mila specie all’anno. Un fallimento è stata l’operazione Countdown: l’Italia, ad esempio, ha avviato l’Anno Internazionale della Biodiversità con l’approvazione da parte del Senato di una legge che consente la caccia anche nelle stagioni prima vietate!

Ma dobbiamo forse arrenderci, rinunciare? Assolutamente no! Penso, infatti, a iniziative da promuovere per sollecitare il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a ratificare finalmente la Convenzione di Rio, dando una radicale svolta rispetto alla politica finora seguita dagli USA, e a iniziative verso i nuovi governi democratici e progressisti di Lula (Brasile) e di Chávez (Venezuela) per il perseguimento dell’obiettivo deforestazione zero dell’Amazzonia entro il 2015. Penso ancora alla partecipazione attiva alla lotta contro operazioni come quella messa in campo dalla Daewoo e dalla Corea del Sud per trasformare la foresta primigenia del Madagascar, con i suoi unici e irripetibili valori, antropologici, animali, vegetali, floreali e geologici, in terreni di monocolture, e penso alle battaglie internazionali di sensibilizzazione e di attivazione contro le mattanze delle foche e dei loro cuccioli, degli squali, delle balene, dei tonni, dei lupi e degli orsi, operate dai civili Canada, Paesi Scandinavi e Giappone, dal Mediterraneo fino ai Mari Glaciali.

La biodiversità è anche la grande lezione della medicina ippocratica: «Il medico sappia sulla natura e faccia ogni sforzo per sapere, se vuole adempiere in qualche modo ai suoi doveri, e cioè che cos’è l’uomo in rapporto a ciò che mangia e a ciò che beve e a tutto il suo regime di vita, e quali conseguenze a ciascuno da ciascuna cosa derivino.»[4]E’ chiaramente questo il significato di fondo della nostra battaglia contro gli OGM (organismi geneticamente modificati), che da tempo lontano portiamo avanti e i cui notevoli risultati ci danno forza anche per tante altre battaglie.

Grande è il rischio che, così come avvenuto per il vertice sul clima di Copenhagen del dicembre 2009, anche l’Anno Internazionale della Biodiversità, per l’Italia come per il resto del mondo, finisca per essere un susseguirsi di appuntamenti inutili, fatti di vuote parole, frequentati da costosissimi (per la comunità internazionale) congressisti di professione, esperti pilotati e interessati. E’ necessario che il mondo ecologista, quello vero, ponga la massima attenzione verso ognuno degli eventi che si svolgeranno, fino a quelli finali in Giappone, dove a Nagoya dal 18 al 29 ottobre si discuterà della Convenzione sulla Biodiversità[5] e a Kanazawa l’11 e il 12 dicembre si svolgerà la cerimonia di chiusura dell’Anno Internazionale della Biodiversità (la sceneggiata finale dell’ennesima farsa?).

Febbraio 2010



[1] Avevamo e abbiamo naturalmente la consapevolezza di come sia limitativo parlare di questione ambientale, perché l’ambiente è essenza generale della società e dello sviluppo. 

[2] Possiamo identificare l'egemonia culturale gramscianamente come dominio culturale di un gruppo o di una classe capace di imporre «attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». 

[3] Antonio Claudio Scajola è stato Ministro dello sviluppo economico nel governo Berlusconi IV dall’8 maggio 2008 al 4 maggio 2010.

[4] Antica medicina, 20.

[5] Uno dei principali accordi adottati nel Summit della Terra del 1992 a Rio de Janeiro è stata la Convenzione sulla Diversità Biologica (Convention on Biological Diversity - CBD), aperta alla firma il 5 giugno 1992 ed entrata in vigore il 29 dicembre 1993. La CBD è un trattato internazionale giuridicamente vincolante con tre principali obiettivi: conservazione della biodiversità, uso sostenibile della biodiversità, giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. L’organo di governo della CBD è la Conferenza delle Parti (COP), che si riunisce ogni due anni per esaminare i progressi compiuti, definire le priorità e impegnarsi in piani di lavoro. A Nagoya nell’ottobre 2010 si è svolta la 10ª riunione della Conferenza delle Parti della CBD.