L’uomo e la natura: la politica dei potenti e un nuovo internazionalismo ecologista

Questo scritto è dedicato a una meravigliosa creatura ed è a me ispirato dalla sua nascita: la mia nipotina dal nome, per me dolcissimo, di Ileana, lo stesso della mia amatissima moglie.

Un anno fa lei non esisteva come creatura, ma tutto il suo essere materiale di oggi c’era già: si trovava probabilmente come gocce d’acqua nelle nubi che in variegate forme contornano passaggi di luce del sole in fantastici momenti dell’orizzonte, nell’impetuoso scorrere di ruscelli verso più grandi congiunzioni, nello sgorgare di purissime sorgenti, nelle spighe di grano che rendono dorati i campi, nella moltitudine dei colori del mutevole autunno. Il suo essere materiale stava tutto nella natura, che generosa le ha consentito di divenire la meravigliosa creatura di oggi; molte delle parti che accompagnavano allora le diversità del suo essere sono anch’esse divenute vita, quella di bellissimi bimbi come lei, di uccelli che esplorano mai paghi l’infinità del cielo, di gigli della sabbia di spiagge dal profumo che incanta.

Questa è la regola della natura, l’infinita grandezza della sua identità, l’essere della sua biodiversità.

Ma questo scritto è ispirato, in senso opposto di profonda preoccupazione, anche dall’esito dell’ennesima Conferenza sul Clima (COP 16), svoltasi a Cancún (Messico) nello scorso dicembre. Da parte di molti si enfatizzano come risultato positivo le conclusioni di tale vertice, come un importante passo in avanti. Credo invero che occorra prendere atto e di conseguenza coscienza che la politica potente, gli stati potenti, i potenti dell’ONU, i potenti della finanza e dell’economia, non riescono o meglio non intendono assolutamente dare risposta neanche parziale alla gravità della condizione attuale del Pianeta e alle cause, ben note, che la determinano.

Si racconta a Napoli - ma forse in molti altri paesi - la storia di Nicola, mangione oltre ogni limite e gravemente ammalato, che va dal medico e riceve l’ordine categorico di digiunare; il medico gli consiglia di scriverlo per non dimenticarsene. Appena arrivato a casa, Nicola appende in cucina un gran cartello con la scritta: «Domani digiuna Nicola.» A partire dal giorno successivo Nicola guarda il cartello e dice: «Oh, da domani devo iniziare a fare digiuno»: e così non inizia mai! Cancùn è stato proprio questo: ancora una volta un gran chiacchierare, e quindi il rinvio per le decisioni alla prossima grande scampagnata «delle otto o novemila persone, ministri, sottosegretari, lobbisti, ambientalisti, scienziati, contadini, eccetera»[1], come brillantemente li dipinge il professore Nebbia. L’anno prossimo gli allegri festaioli si incontreranno ancora per il clima in Sudafrica, ma poi saranno permanentemente in festini: una volta per le foreste, un’altra per le zone umide, un’altra ancora per la desertificazione, e poi per la perdita della biodiversità. Insomma non v’è questione, purtroppo drammaticamente seria, che non serva per organizzare un bell’appuntamento! Quale sia il costo di tali appuntamenti per la comunità internazionale e... per le risorse del Pianeta, per ottenere risultati nulli, nessuno lo saprà mai. E intanto sempre da Cancùn apprendiamo che: «Il tasso con cui le specie stanno scomparendo sul pianeta Terra è terrificante. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) esso è compreso tra 1.000 e 10.000 volte oltre il tasso naturale. Ciò è dovuto in gran parte all’attività umana.» Ridicola rispetto ai risultati ottenuti è poi l’affermazione: «Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 “Anno Internazionale della Biodiversità” per aumentare la consapevolezza del ruolo fondamentale che la biodiversità svolge nel sostenere la vita.»

Possiamo rassegnarci a questa verità? La risposta è naturalmente no! E conseguentemente occorre pensare, organizzarsi, attivarsi per cambiare profondamente la realtà politica, economica e sociale del mondo, nel rapporto tra i diversi paesi e dentro a ciascun paese, rivoluzionando il modello di sviluppo (fondato sul consumismo e sullo spreco) e lo stile di vita, riequilibrando la profondamente iniqua distribuzione delle risorse e rimuovendo le relative immani ingiustizie, e soprattutto ribaltando il primato dell’economia, oggi dominante, rispetto al potere dell’ecologia, oggi assente. Sono cose che in tanti diciamo da lungo tempo e per le quali molteplici sono stati i contributi teorici, e rilevanti e fortemente crescenti sono le azioni concrete.

Naturalmente immensa è ancora la necessità della ricerca, dell’elaborazione e della proposta. Questo contributo non è però mirato a ciò, ma a riflettere su una questione che costituisce, a mio parere, il nodo dell’estrema debolezza dell’azione ecologista anche mondiale: la mancanza di un nuovo internazionalismo ecologista, capace sia di far emergere fino in fondo l’inutilità, la falsità e la strumentalità delle iniziative (quelle che prima ho chiamato festini) che sistematicamente si fanno, a partire da quelle organizzate dall’ONU, sia di proporre nuovi e diversi percorsi di confronto e di lotta, nella direzione di scelte alternative rispetto a quelle che vengono imposte dal potere politico ed economico dominante.

Per la proposizione di un nuovo internazionalismo ecologista bisogna partire da una riflessione sull’azione, sul ruolo e sul peso delle grandi associazioni ambientaliste, e più complessivamente delle lobbies ecologiste, cosiddette non governative, nazionali e internazionali. Pur sottolineando con forza le tante azioni esaltanti ed emblematiche, dobbiamo purtroppo constatare la loro inadeguatezza a incidere realmente sul cambiamento. Parlano i risultati: il ruolo svolto da questo mondo ecologista risulta nel complesso decisamente subalterno. Il ricatto a cui le associazioni sono sottoposte per avere il diritto-possibilità di essere presenti nei vari appuntamenti internazionali e anche, spesso, la loro dipendenza economica fanno sì che esse diventino funzionali al sistema dominante e al meccanismo mondiale oggi in atto di confronto e decisione sulle scelte, nella direzione dell’immutabilità dell’attuale realtà. In parole più esplicite, spesso, tra i poteri forti che rendono subalterna l’ecologia oggi sono da considerare anche le associazioni potenti dell’ecologia o almeno certe loro significative espressioni.

In assenza di chiare e forti scelte di cambiamento da parte dei paesi potenti e sfruttatori di risorse anche di altri paesi, a partire dagli USA, un effetto di gran lunga più dirompente sull’opinione pubblica mondiale e una possibile conseguente incidenza reale li potrebbe avere - rispetto a una sterile, insignificante partecipazione - il boicottaggio di tutte le iniziative istituzionali, nazionali e internazionali, a partire da quelle sul clima e sulla biodiversità: boicottaggio che dovrebbe essere comunicato capillarmente ai cittadini in ogni paese. Ovviamente il boicottaggio, la comunicazione e l’incidenza sull’opinione pubblica si attuano mantenendo una posizione di separazione e opposizione rispetto ai lavori (si fa per dire) dei vertici degli incontri, e perciò anche con contestazioni (soprattutto nello stile di Gandhi) nei luoghi stessi dei vertici. Altrimenti l’incidenza è minima, irrilevante: quante sono, infatti, le persone che sapevano dell’incontro di Cancùn e di tutti quelli che l’hanno preceduto anche con denominazione diversa? Un numero infinitesimo, marginale, sicuramente anche inferiore rispetto agli iscritti alle associazioni ambientaliste.

Questa è la linea che le associazioni dovrebbero seguire per i prossimi incontri. Un coordinamento internazionale su tale linea sarebbe già un segno, un germe di un nuovo internazionalismo ecologista. Ma sarà attuato? Chi gode oggi di tanti vantaggi - dall’essere permanente turista all’acquisire benefici economici - sarà disponibile a rinunciarvi? Per molti, non certamente per tutti, la risposta è probabilmente no! E il no sarà motivato da tante retoriche frasi sul meglio comunque esserci.

Naturalmente criticare in tal senso i potentati dell’ambientalismo non significa non operare perché tutto questo mondo che, soprattutto in tanta parte della base dei suoi aderenti, crede fortemente nella centralità della scelta ecologica sia quanto più possibile coinvolto in un’azione collettiva di costruzione di un nuovo percorso sia teorico di crescita del pensiero della filosofia della natura[2] sia organizzativo dell’ecologismo attivo, militante, costruttore di adesioni e partecipazione.

Sul piano della teoria è evidente la distanza siderale che oggi c’è tra ricerca, sviluppo tecnologico e sua applicazione e la visione unitaria della natura, la coscienza dell’appartenenza a essa: colmare questa distanza nel modo di pensare collettivo significa intendere ricerca, sviluppo e tecnologia nella funzione positiva dell’essere dentro alla natura, appunto con la sua identità, con le sue regole e le sue leggi.

Sul piano della costruzione di un nuovo internazionalismo ecologista molti potrebbero rispondere che già c’è ed è il Popolo di Seattle, poi divenuto movimento No Global. Naturalmente questa affermazione è in buona parte vera: ma sia lo stato attuale del movimento, sia i risultati globali ottenuti, sia soprattutto la capacità aggregativa globale pongono, a mio parere, come questione centrale una riflessione generale su come riorganizzare o anche ricostruire una nuova identità e un nuovo movimento. Le idee, i valori e le istanze che fecero vivere prima, nel 1999, la stagione di Seattle[3] e poi, nel 2001, quella di Porto Alegre[4] - «Un altro mondo è possibile», «Un altro mondo è in costruzione» - costituiscono ineludibili, fondamentali riferimenti. I quattro grandi argomenti del Forum Sociale di Porto Alegre (produzione di ricchezza e ripartizione sociale, accesso alla ricchezza e sostenibilità, affermazione della società civile e degli spazi pubblici, potere politico ed etica nella nuova società) e le risposte che a essi si danno mantengono integri l’immensa forza per il cambiamento.

Ma - come prima fatto relativamente alle associazioni ambientaliste - per capire la realtà e le difficoltà di oggi, mi sembra necessario riflettere su alcuni elementi di fondo delle esperienze No Global. A mio parere nel movimento è mancata soprattutto la consapevolezza della necessità di un coinvolgimento nel pensare e nell’agire delle grandi masse, della moltitudine dei cittadini: ci si è spesso isolati in posizioni elitarie, a volte gruppettarie, favorendo l’immagine di posizioni minoritarie, astratte e lontane dagli interessi reali della gente, spesso disinteressandosi di chi governa le istituzioni, senza porsi invece la questione del cambiamento delle stesse, della loro appropriazione in tale direzione, del divenire maggioranza.

Sul piano teorico credo che vada fortemente evidenziata la debolezza della critica all’economia, che, pur vista nell’ottica rivoluzionaria di benessere distribuito e di giustizia sociale e tra i popoli, resta egemone rispetto all’ecologia, alla questione della disponibilità delle risorse e dell’insostenibilità del modello di sviluppo attuale. Sicuramente di grande rilevanza è stata ed è la battaglia per la cancellazione del debito dei paesi poveri, ma quasi insignificante è stata, ad esempio, quella per la sostituzione del PIL (prodotto interno lordo) con nuovi indicatori del benessere dei paesi: per cui personaggi come Tremonti, ragionieri funzionali esclusivamente ai grandi interessi bancari nazionali e mondiali, continuano ad apparire all’opinione pubblica quali giganti dell’economia e salvatori dei paesi. La conseguenza è che nulla si cambia riguardo alle regole e alla qualità dello sviluppo, del lavoro e della valorizzazione delle risorse: la crisi strutturale del sistema rafforza il sistema stesso e indebolisce la prospettiva del cambiamento e le forze che lo sostengono. Le grandi iniziative del movimento, come Genova 2001[5], si sono difatti concentrate fondamentalmente sui vertici dei Grandi sull’economia, mentre debole è stata l’attenzione verso tutto quanto attivato, anche in importanti iniziative dell’ONU, al di fuori di questi vertici.

Naturalmente estremamente complessa è la riflessione su come costruire un nuovo internazionalismo ecologista, sia nell’analisi dei limiti dei movimenti del post-Seattle, delle associazioni ambientaliste e di altre esperienze, cui in maniera sicuramente molto parziale ho fatto prima riferimento, sia nel pensare a percorsi e forme fortemente innovativi rispetto alle esperienze passate. Ma, a mio parere, tale riflessione costituisce oggi il passaggio fondamentale per dare forza a un percorso nuovo, capace di contrastare e invertire realmente ed efficacemente la politica dei potenti.

Gennaio 2011



[1] Giorgio Nebbia, Cambiare l’economia per salvare l’ecologia (dal sito www.lagazzettadelmezzogiorno.it).

[2] Direi, pur consapevole delle molte critiche che mi possono essere fatte, una rinascita di quella che viene generalmente chiamata filosofia presocratica. 

[3] Nel dicembre 1999 si svolse a Seattle la Conferenza ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che si prefiggeva di discutere temi quali la tutela dell’ambiente e il debito dei paesi del Terzo Mondo. I negoziati furono rapidamente oscurati dalle massicce proteste organizzate al di fuori degli hotel e del Washington State Convention and Trade Center, dove erano presenti i delegati di molti paesi stranieri. È l’atto di nascita del cosiddetto Popolo di Seattle, movimento internazionale che ha come mezzo di collegamento Internet e come collante la protesta contro la globalizzazione dei mercati e delle regole e prassi economiche, incuranti dei danni ambientali e delle peculiarità e differenze di ogni singolo paese. 

[4] Dal 25 al 30 gennaio 2001 si svolse a Porto Alegre, in Brasile, il primo Forum Sociale Mondiale (World Social Forum). Da allora i membri dei movimenti per la globalizzazione alternativa si incontrano ogni anno per coordinare le campagne mondiali e condividere informazioni e strategie organizzative.

[5] Durante la riunione dei capi di governo del G8 svoltasi nel capoluogo ligure dal 20 al 22 luglio 2001 e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da scontri tra forze dell’ordine e manifestanti; in uno di questi scontri trovò la morte il manifestante Carlo Giuliani. Numerosi furono gli abusi commessi dalle forze dell’ordine per i quali furono aperti procedimenti in sede penale nei confronti di funzionari pubblici; lo Stato italiano subì inoltre alcune condanne in sede civile.