La primavera, la biodiversità e le green belts

Per il giorno della venuta della primavera, il 21 marzo, ho fatto una scoperta, che sicuramente sarà ben nota nel mondo tecnico-scientifico, ma che per averla intuita direttamente - com’è per i bambini che scoprono e vivono le novità della realtà - mi piace molto comunicare a tutti coloro che amano la natura e le sue leggi universali.

Il 21 marzo racconta al mondo (dell’emisfero boreale) della maggiore e crescente luce solare rispetto al buio, ma racconta anche - ed è questa la mia scoperta - che parte il percorso del ritorno della maggiore e crescente notte rispetto al giorno: il 21 marzo ci parla allo stesso tempo dell’impetuoso ciclo della vita che si anima con la luce solare, ma anche del successivo suo dormire. Il 21 marzo dà il via alla primavera ma già annuncia l’autunno.

Perché ciò? Fino al 21 marzo la crescita della durata del tempo del Sole rispetto alla sua assenza è sempre maggiore rispetto al giorno precedente; dal 21 marzo cresce ancora la durata del tempo del Sole rispetto alla notte, portandola al suo massimo il 21 giugno, inizio dell’estate, ma… tale crescita comincia a essere minore di quella del giorno precedente: inizia l’inversione che di nuovo avverrà il 21 settembre quando la natura dà inizio all’autunno, ma già annuncia il ritorno della primavera. Le rigide regole della matematica, lontane dalla poesia, direbbero che dal 21 marzo la funzione durata del giorno rispetto a quella della notte ha la derivata prima positiva, e dunque il giorno continua a crescere, mentre la derivata seconda diviene negativa, e perciò si avvia la tendenza della durata del giorno alla sua inversione, fino al prevalere di nuovo della notte rispetto al giorno: un ciclo meraviglioso per un tempo infinito che nessuna forza o potere dell’Uomo, poco sapiens e molto diabolicus, può cancellare.

Ma se l’uomo (mi riferisco all’Homo potens) non può cancellare il ciclo delle stagioni, quale risultato dei moti relativi Sole-Terra, ha però il potere, già esercitato oltre ogni limite, di cambiare radicalmente le conseguenze naturali sulla Terra delle diverse stagioni e di percepire, del succedersi delle stagioni, unicamente i dati meteorologici: il caldo e il freddo, l’umido e il secco, e (soprattutto per la sua attività produttiva) la durata della luce solare. Ciò naturalmente vale non solo per la città senza verde, ma anche per tutti i luoghi dove il cemento ha sostituito il verde. Estraneo a ogni percezione, oserei dire a ogni felicità indotta, è tutto ciò che la successione delle stagioni fa discendere sulla biodiversità della vita: sui silenzi e i suoni, sui colori e le luci, sui cammini che lo sguardo percorre, sull’esposizione dei frutti degli amori, vegetali e animali. Perdiamo totalmente memoria e coscienza dell’esistenza stessa di tutto ciò fino a non sentirne neanche più il bisogno, e ad accelerare e ad accentuare la sua riduzione e cancellazione.

L’economia del profitto cancella i diritti della nostra appartenenza al mondo della biodiversità e ci rende nemici di noi stessi nell’appartenenza del nostro stesso essere alla nostra natura prima, la biodiversità nel suo continuo, meraviglioso evolversi ed esprimersi.

Per ogni persona che nasce, nel corso della sua vita, tanta materia del mondo esterno diviene essenza del suo essere. E’ stata corpo di una persona di 70 anni una quantità di acqua di 70 tonnellate: mille volte il suo peso. Questa acqua, che per ognuno di noi è stata noi stessi, è stata e sarà anche altra infinita vita: fiori dai multiformi colori, rododendro e bianco giglio, nontiscordardime e profumato gelsomino, frutti diversi per forma e sapore, foglie verdi e poi ingiallite, alberi accresciuti dal sole e capaci di dare vasta ombra, stella delle Alpi e del mare, lombrichi, insetti e farfalle, lucertole e serpenti striscianti, uccelli e mammiferi, giganteschi mammuth e dinosauri, e uomini del lontano tempo dell’Australopithecus, e poi dell’Homo erectus, dell’Uomo di Neanderthal e dell’Homo sapiens. Passando dalle piogge (a volte di piccole gocce, a volte scroscianti) alla tenera brina, dalla violenta grandine alla soffice neve, dagli impetuosi torrenti al quieto distendersi di fiumi verso il mare, l’acqua corre da un’espressione all’altra dell’universo della biodiversità, animato dallo spirito universale della vita.

In un solo grammo di acqua c’è un numero di molecole pari a 33,4 x 10 elevato alla 21esima potenza (33.400 miliardi di miliardi); settanta tonnellate sono settanta milioni di grammi: è perciò naturalmente al di fuori di ogni capacità di immaginazione il numero di particelle elementari (le molecole) di acqua che sono per un certo tempo parte di una persona, e, poiché ognuna di esse ha vita e percorso autonomo, è anche al di fuori di ogni immaginazione la quantità delle forme di vita che hanno nella loro identità corporea questa stessa acqua, che ha costituito il corpo di quella persona, o meglio di noi tutti! La stessa molecola di acqua è perciò inorganica quando non è nella biodiversità della vita, diventa organica quando entra in essa, e diviene di nuovo inorganica quando ne esce, secondo l’interpretazione, la concezione e la definizione che la scienza umana dà a organico e inorganico.

«L’acqua è bene comune», e perciò non lo è solo per l’umanità, ma per l’intera vita del Pianeta. Nella grande battaglia culturale e politica che si sta facendo anche con i referendum, il pensare «l’acqua quale bene comune della biodiversità»deve recuperare la sua compiuta centralità. Questo pensare ha infinite conseguenze: l’utilizzazione dell’acqua per usi umani, a partire dalla quantità e modalità del prelievo, non può essere indifferente alla naturalità dell’ambiente dove esso avviene, alla biodiversità esistente e agli impatti che i sistemi di accumulo e prelievo hanno. In un’economia dettata dall’ecologia, scienza e tecnica indicano la via dell’ottimizzazione della disponibilità dell’acqua per l’uomo nel rispetto della biodiversità: ancora una volta, come per i rifiuti, nel riciclo e nel riuso.

Naturalmente ciò che vale per l’acqua, nella sua vitale dominanza, vale per ogni atomo e molecola di altri elementi e composti della materia della superficie terrestre. La materia unisce indissolubilmente tutte le forme ed espressioni della vita: essa è il tutto e appartiene a tutti. Il sole anima il Pianeta laddove trova le condizioni della vita: più spento, più grigio, più incolore è il Pianeta meno vita a esso dà. La distruzione di habitat, di specie animali e vegetali, lo spegnimento del miracolo della fotosintesi e dei cicli vitali connessi, sono la via della decadenza e dell’impoverimento, in ricchezza e bellezza del Pianeta. E’ questa riflessione sulla globalità che invero manca globalmente, sempre più quanto più mancano naturalità e biodiversità.

Vivere la biodiversità, per sentirsi parte di essa e amarla, è il più importante percorso della cultura dell’uomo di oggi, di noi tutti, ed è la riscoperta e la riappropriazione della nostra storia naturale: ciò significa ricreare le condizioni per la stessa esistenza della biodiversità, arrestandone la perdita e generandone la rigenerazione.

Lontana nel tempo, sempre più marginale, è oggi la battaglia per le aree protette: i parchi e le oasi, di istituzione nazionale come regionale, dove più dense e intense sono (spesso erano) le condizioni per la conservazione della biodiversità, anche naturalmente quella segnata dalla presenza dell’uomo. Sempre più profonda è l’alterazione e la cancellazione di luoghi e spazi di immense emozioni e suggestioni naturalistiche e storico-culturali, che inutilmente ricerchi per poterli ripercorrere, lungo tutta la penisola dalle Alpi al profondo Sud.

Dobbiamo invece riprendere l’iniziativa e rilanciare con forza la politica delle aree protette e della tutela della biodiversità contro le scelte del governo Berlusconi e di quasi tutti i governi locali, e contro la totale indifferenza dell’intero Parlamento e di gran parte dei consigli regionali, ma anche contro gli evidenti limiti degli enti di gestione nell’essere protagonisti delle scelte territoriali e nel divenire il riferimento propulsore di una nuova cultura e politica dell’ambiente, con iniziative e azioni che esprimano il significato stesso, il valore dell’istituzione dei parchi e delle aree protette. Dov’è ad esempio l’attuazione dei corridoi ecologici, che hanno non solo il fondamentale valore scientifico di connessione tra le aree protette, ma anche il significato culturale e politico di modello di intervento nel dualismo tra sviluppo e tutela? Le scelte vanno invece in direzione opposta, con la creazione di sempre nuove barriere alle necessità naturali di tante specie: barriere che ormai non si sente neanche più la necessità di motivare e giustificare. La realtà è che oggi molta parte dei cittadini comuni, soprattutto nelle città, ignora l’esistenza stessa delle aree protette.

Ma, in ciò che prima ho semplificato come dualismo sviluppo-tutela, occorre (ri)aprire anche un nuovo fondamentale fronte di lotta, allo stesso tempo urbanistico e culturale, politico e istituzionale: riportare la biodiversità alla città o, con altra formulazione, la città alla biodiversità, sia con una difesa strenua dei possibili luoghi della biodiversità e del verde rispetto all’invasiva urbanizzazione, alla crescita a dismisura delle città, alla loro tendenza a congiungersi in un abnorme ammasso di costruito senza soluzione di continuità, sia al contrario proprio con la ritessitura, anche istituzionale, di una nuova continuità di tali luoghi, recuperandoli dove e quanto più possibile, anche per spezzoni e residui minimi, marginali. Partendo dalla devastazione che in moltissime situazioni vi è stata ed è tuttora in atto, per ribaltare i processi e i progetti degenerativi in corso, occorre rilanciare con fortissima convinzione e intensità il tema delle grandi cinture verdi attorno alle città, del possibile collegamento di esse con le aree ambientali interne al tessuto urbano e della difesa e dell’estensione di queste ultime.

In generale si fanno risalire le grandi cinture verdi, le green belts[1], alla cultura anglosassone, al Regno Unito. Ciò oggi appare da un punto di vista urbanistico e ambientale indiscutibilmente vero per quanto realizzato, ma storicamente forse non lo è, o è al limite di una disputa su quale identità urbana sia stata pensata per prima, la Greater London… o Napoli? La verità storica è a favore della mia città. Le cinture verdi, proposte entrambe nel 1935-1936, trovano concretizzazione nei piani territoriali in tempi diversi: è nel 1947 che il Town and Country Planning Act consentì alle autorità locali di includere proposte per la costituzione di green belts nei loro piani di sviluppo; è invece nel 1939 che il nuovo PRG (Piano Regolatore Generale) di Napoli[2], elaborato da Piccinato, include la conservazione della più vasta possibile cintura verde attorno alla città, senza soluzione di continuità, dal mare di Bagnoli a quello della zona Orientale di San Giovanni a Teduccio, passando per le sue meravigliose colline. Le storie sono state poi profondamente diverse per le due realtà urbane e per i relativi paesi: attorno a Londra con successivi atti si provvede a salvare e tutelare; a Napoli si attua il sacco e ciò che erano Colli Aminei diventano inferni urbanistici. Nel Regno Unito le green belts si estendono ovunque, oltre che in Inghilterra nel Galles, in Scozia e in Irlanda del Nord, diventando norme, leggi degli stati; in Italia la mostruosità del continuum del costruito è normalità.

Guardiamo il significato e le finalità delle green belts, così come indicati nella Planning Policy Guidance Note 2 (PPG2): «controllare l’allargamento scomposto delle grandi aree fabbricate; evitare che città vicine possano fondersi fra di loro; salvaguardare l’abuso delle zone coltivate; preservare la disposizione urbanistica delle città storiche; utilizzare aree urbane dismesse o degradate per il recupero urbanistico». Un’area, una volta che è stata definita green belt, godrà dei seguenti benefici: «facilitazioni nel creare adeguati accessi alla zona verde da parte degli abitanti delle città; creazione di aree per la pratica di sport all’aperto vicine alle aree urbane; salvaguardia e miglioramento del paesaggio vicino ai centri abitati; sistemazione di aree deteriorate intorno alle città; consolidamento e protezione delle aree verdi; mantenimento delle aree esistenti destinate all’agricoltura, alla silvicoltura e a usi correlati». Aggiungerei, in una più nuova, moderna (o anche antichissima?) filosofia del rapporto uomo-natura: accrescimento della cultura della biodiversità, ovvero il riportare la biodiversità alla città (come mi sono espresso in precedenza) e il ricreare la naturalità della botanica dei luoghi[3].

C’è forse, nelle finalità e nei benefici sopra espressi, qualcosa che non sia assoluta necessità e urgenza per noi e per le nostre città? Io penso proprio di no, e sarebbe di grande interesse conoscitivo che idee diverse venissero esposte: ma ciò può essere fatto solo da parte della grande speculazione, degli immani interessi legati al saccheggio del territorio, che certo non si confrontano sul piano dei valori e dei bisogni collettivi, ma molto di più sulla capacità di acquisire consensi con il denaro e la corruzione.

Sia sul piano teorico e progettuale che di concreta realizzazione, da alcuni anni l’idea delle cinture verdi, delle green belts, nella predetta filosofia originaria di separazione tra città, e cioè nella funzione di limitazione dell’espansione urbanistica, sta recuperando valore e attualità anche in Italia. Il fortissimo consenso popolare nel 2005 alla grande cintura verde attorno a Milano o la realizzazione in atto dell’immenso Bosco di Mestre sono forse gli esempi più emblematici della ripresa e dell’estendersi, da Torino a Ravenna, da Novara a Firenze, di questo percorso nuovo dell’identità funzionale del territorio. Ma da una parte ancora debole è la cultura generalizzata della necessità di istituzionalizzare le cinture verdi e la rete verde intra urbem connessa, e dall’altra tale cultura ha penetrazione quasi assente nelle grandi città del Sud, dove invece ancor maggiormente ve ne sarebbe l’assoluta necessità.

Spesso la distruzione e la devastazione di aree verdi già avvenute sono proprio il fondamento dell’opposizione alla cintura verde: ci si nasconde dietro alle strumentali, presunte irreversibilità di una compromissione e degenerazione in atto, e nella migliore delle ipotesi si prospetta una delimitazione ambientale su un’urbanizzazione di ben più vasta superficie. E’ il caso di Napoli: nel 1993 prospettai, nell’ambito del programma dei Verdi Arcobaleno per il Comune di Napoli, la grande cintura verde attorno alla città, con il recupero di tutto ciò che era allora ancora possibile recuperare... ed era tanto! La critica a tale prospettiva passò dai due limiti estremi: da quella benevola, di totale astrattezza per la compromissione già avvenuta del territorio, a quella denigratoria e dispregiativa sul piano ideale e politico della riproposizione di cultura e scelte fasciste, perché Piccinato, il suo PRG (del 1939), e la grande cintura verde erano… del tempo del fascismo. Se ancora nel 1993 si fosse realizzata la perimetrazione ambientale della città, non si sarebbero verificati l’intenso e diffuso abusivismo su un’area pregiata come quella posta alle falde della riserva naturale degli Astroni e del Parco delle Colline, o il cemento legale su fumarole (è vero!) della conca vulcanica di Agnano, o lo sconcio misto abusivo-legale sul Sebeto, mitico fiume di Napoli, o la trasformazione a discarica delle eccezionali cave di tufo di Chiaiano, o la congiunzione informe e degradata in tanti punti di Napoli città con i suoi comuni limitrofi, a loro volta un tempo storici municipi. Ma la proposizione della cintura verde avrebbe imposto nelle varianti del Piano regolatore degli anni ’90 scelte totalmente nuove, diverse, di grande riqualificazione ambientale per le ex aree industriali dismesse, a occidente come a oriente, e questo non era compatibile con il partito trasversale del cemento, potenziale - perché poi non è stato neanche capace di esserlo - forza portante dell’economia e del potere della città.

Proprio per questa incapacità e per la lotta ecologista sostenuta in questi anni, partendo dalle gravissime e pericolosissime condizioni di inquinamento delle ex aree dismesse, la sfida dell’abbraccio della biodiversità alla città di Napoli è ancora fortemente possibile e attuale: potrebbe essere, ma finora non lo è stato, il messaggio nuovo per un nuovo governo della città di Napoli.

La biodiversità vive in ognuna delle quattro stagioni, ma in primavera si esprime e si esalta nella fantasia illimitata delle luci, dei colori, dei suoni, dei profumi, degli scenari e degli spettacoli, che solo la natura sa dare. La vista a volo d’uccello di tale immensità nella primavera racconta quanto incommensurabilmente grande, per valori e spazi, sia ancora oggi la volontà della natura e della biodiversità di abbracciare la mia città.

Marzo 2011



[1] La green belt (cintura verde), nel Regno Unito, è una norma che regola il controllo dello sviluppo urbano. L’idea è che debba essere mantenuta, attorno ai centri abitati, una fascia verde occupata da boschi, terreni coltivati e luoghi di svago all’aria aperta. Lo scopo fondamentale di una cintura verde è impedire la scomposta proliferazione di costruzioni che vadano a inquinare questo spazio di rispetto. 

[2] «Il Piano regolatore generale del 1939 fu il frutto di un lungo e accurato lavoro nato dall’iniziativa dell’Unione industriale di Napoli e della Fondazione politecnica per il Mezzogiorno che offrirono al Comune “l’opera disinteressata dei loro più valorosi esperti e l’assunzione di tutte le spese” e che vide impegnati alcuni tra i maggiori esperti dell’epoca: Giuseppe Cenzato, Francesco Giordani, Girolamo Ippolito, Luigi Piccinato. Ne scaturì uno dei più interessanti prodotti della cultura urbanistica di quel periodo. Purtroppo il Piano fu presto disatteso e già dal 1944 si iniziò a parlare dell’urgenza di un nuovo piano regolatore.» (dal sito www.comune.napoli.it) 

[3] Mi ispira quest’ultimo pensiero il bellissimo libro dei botanici Giovanni Aliotta, Annamaria Ciarallo e Claudio Salerno Le Piante e l’Uomo in Campania - Le radici culturali e scientifiche, edito dall’Istituto per la Diffusione delle Scienze Naturali.