La superiore necessità di invertire il futuro dell’umanità verso il pianeta della biodiversità

Le rondini non hanno, quest’anno, annunciato con i loro canti d’amore la primavera, sorvolando e accarezzando i campanili delle chiese di Napoli; né nell’autunno trascorso gli storni hanno impresso ai tramonti rosati della mia città le nuvole variopinte della loro moltitudine e le ineguagliabili figure del loro dividersi e poi congiungersi, felici di accompagnare l’ultima luce che tutto conduce alla notte, da Posillipo al Vesuvio, dal mare all’ospitale bosco di Capodimonte, in una fantastica danza spaziale, sulle note di una musica di infinito tempo lontano, a loro e alla Natura solo nota.

Nessuno forse si è accorto di tali mancanze né ha sentito nostalgia o malinconia, eppure ognuno di noi è stato privato di un bene comune incommensurabile: l’immergersi in tali immensità di immagini e suoni della Natura e viverle in una felicità e in un benessere che la Natura ha sempre donato senza nulla mai chiedere, né yen né sterlina, né dollaro né euro. Εύρος, il vento dell’est, che indica la via del carro del Sole, figlio del Cielo Stellato, il titano Astreo, e di Eos, l’Aurora dalle rosee dita annunciatrice del giorno, è il solo euro che la Natura riconosce.

Non è profondamente triste pensare che Francesca, Ileana, Antonio, Giulia ed Elena, i miei dolcissimi nipotini, e tutti gli altri bellissimi bambini della mia città, quando volgeranno i loro occhi verso il cielo infinito, non vedranno tali meravigliosi scenari?

Nelle città tutto si fa per cancellare la biodiversità. La naturalità non esiste più e ogni possibilità di rinaturalizzazione viene immediatamente elusa: i parchi, i giardini, gli stessi viali alberati diventano sempre più rari e quei pochi che ci sono, piccoli o grandi che siano, vengono resi sempre più inospitali o persino letali per ogni forma di vita diversa dall’uomo. Gli uccelli poi possono - cosa gravissima e imperdonabile che chiederebbe la loro estinzione!, come dicono certi nostri attenti amministratori - arrecare danni alle macchine o anche a… qualche testa o cappello: sì, perché anche gli uccelli hanno le loro piccole necessità! Città sempre più grigie, città dal tutto edificato, a voci e dimensioni monotone, quelle dell’uomo e delle sue macchine e necessità.

Non è in realtà dissimile la campagna, sempre più ogiemmizzata e avvelenata da diserbanti e pesticidi.

C’erano una volta, ora sono sempre più rari, tanti piccoli frutti e fruttini, tutti belli a partire dai fiori diversi, e pronti a generare il loro vermetto che sapeva di igiene, sapore e qualità.

C’erano una volta, e anche loro sono sempre più rare, le furbe volpi capaci di prelevare cose buone dal pollaio.

C’erano una volta gli spaventapasseri, fantocci di pezza montati su due assi di legno incrociate, abbigliati con vecchi abiti e un cappello di paglia in testa, posti per proteggere, appunto dai passeri e da altri uccelli, campi e raccolto. Così come da noi, in tutto il mondo c’erano e forse in molti paesi ci sono ancora: se leggiamo a mo’ di cantilena i nomi con cui vengono chiamati nelle diverse nazioni ne viene fuori una filastrocca di biodiversità linguistica eccezionalmente bella[1]: «tao-tao, sola kolla bommai, tattie bogal, murie emommet, espantalho, espantapàjaros, vogelscheuche, vogelverschrikker, scarecrow, bwbach, hodmedod, fugleskraemsel, nuffara, épouvantail, bwbach, bijuka…» La fine degli spaventapasseri, perché i passeri o altri uccellini non ci sono più o perché non vanno su campi pesticidizzati o su produzioni ogiemmizzate, rappresenterebbe la fine di una più che millenaria cultura popolare che, se non più in Italia, possiamo ancora vivere nei festival che si tengono a Beville-le-Comte (Francia), capitale mondiale dello spaventapasseri, a Omal, Thimougies e Piétrebais (tutti in Belgio), a Denens (Cantone di Vaud in Svizzera) e…. nel bellissimo brano dei Pink Floyd, The Scarecrow

E naturalmente ciò che avviene per le città e per le campagne è piccola cosa rispetto a quanto avviene per quei territori e per quegli ambienti che dovrebbero essere di tutela integrale della biodiversità animale e vegetale, ma anche etnica e culturale. In Italia nel dicembre scorso si sono compiuti vent’anni dall’approvazione della legge quadro sulle aree protette (n. 394 del 6 dicembre 1991), a cui sono seguite tante altre leggi regionali. Sulla carta un’enormità di territorio protetto: si parla addirittura del 10% dell’intero territorio nazionale! Ma al di là della propaganda del Governo, continua a ritmo frenetico la perdita della biodiversità. Tutto ciò che distrugge la biodiversità è presente nel nostro Paese e frequentemente viene ritenuto fattore di crescita: l’espansione urbanistica e infrastrutturale con l’aggressione ad aree di eccezionale valenza[2] sia interne sia costiere.

C’era una volta un meraviglioso litorale tra Sperlonga, Fondi e Terracina, in provincia di Latina: una parte bassa di spiaggia, che il mare bagna a seconda della marea e delle onde, e poi una duna che si alzava di alcuni metri per poi riabbassarsi per proteggere nidificazioni e l’incanto di una fauna e di una flora ricchissime, intriganti e intricate: il cisto villoso, l’erica e l’euforbia arboree, il lentisco, l’alloro e il corbezzolo, il mirto e il rosmarino, e ancora il cappero, l’olivastro, l’ilatro, la palma nana, il ginepro rosso e licio, l’alaterno, l’orniello, la ginestra odorosa, spinosa e dei carbonai, il caprifoglio mediterraneo, l’oleandro, il pungitopo e lo stracciabraghe e, isolati in piccoli spazi di sabbia, il carrubo, la quercia da sughero e il leccio. E tra essi, con le loro dimore e i loro percorsi vitali, uccelli e rettili, insetti di superficie e sotterranei, animaletti del suolo e dell’acqua, innumerevoli come specie e quantità. Come si fa a dirli tutti? Un quadro immenso dell’infinità delle luci e dei colori dell’arcobaleno della natura lungo più di dieci chilometri, a volte più stretto a volte largo anche un chilometro. La posa a ridosso della duna di orrendi tubi corrugati per cavi, strappati poi dall’impetuosa forza del mare (che proprio li rigetta come corpo estraneo alla natura dei luoghi) e perciò rinforzati con ancora più orrendi blocchi di cemento, è stato il primo passo per la cancellazione di questa incomparabile espressione della biodiversità. E’ seguita poi la realizzazione di camping e stabilimenti balneari, procedendo a spianare, livellare, igienizzare e rendere confortevoli quelli che erano gli inospitali spazi della macchia. La natura aveva costruito, con un succedersi permanente di peculiarità e preziosità, in tempi secolari, tanta bellezza; la speculazione, il saccheggio, gli affari e i favori politici l’hanno cancellata nel corso di pochissimi anni! E se si dovesse verificare qualche inconveniente di danni a qualche struttura, dovuto alla natura che vorrebbe ripristinare l’antica bellezza, sono pronti i soldi della… Protezione Civile per ripristinare lo scempio!

Sicuramente quanto avvenuto per la duna tra Sperlonga, Fondi e Terracina è avvenuto per gran parte del litorale italico e per innumerevoli aree collinari e montane, ricche di pari valori di biodiversità, che è stata irreversibilmente cancellata.

Vi è forse traccia di tutto ciò in relazioni dei Comuni interessati, della Provincia o della Regione di appartenenza? Sicuramente no.

Vi è forse traccia di tutto ciò e condanna e definizione di un percorso di ripristino nella Strategia Nazionale per la Biodiversità, adottata nell’ottobre del 2010 dalla Conferenza Permanente Stato-Regioni, o nei lavori del Comitato Paritetico per la Biodiversità e dell’Osservatorio Nazionale per la Biodiversità o nei Tavoli di consultazione o nell’infinita sceneggiata posta in essere per i tre obiettivi strategici e addirittura le 15 aree di lavoro[3]? Da quanto sappiamo e leggiamo, assolutamente no. Evidentemente lo spazio di tutta questa biodiversità che si violenta e si cancella serve «a continuare a sostenere in modo durevole la prosperità economica e il benessere umano», come si legge appunto nel documento della Strategia Nazionale della Biodiversità del ministro Clini[4]. «La Strategia si pone come strumento di integrazione delle esigenze della biodiversità nelle politiche nazionali di settore, riconoscendo la necessità di mantenerne e rafforzarne la conservazione e l’uso sostenibile per il suo valore intrinseco e in quanto elemento essenziale per il benessere umano.» Come sempre basta aggiungere uso sostenibile e… siamo a posto, abbiamo fatto bene! La tutela della biodiversità è lontana anni luce da questa politica: ma in compenso quante clientele di ogni natura sono state accontentate e sistemate con tutta questa falsa operazione di tutela della biodiversità fatta dal Ministro?

Purtroppo su scala planetaria la situazione non è migliore, ed è del tutto similare a quella del nostro Paese: un’infinita biodiversità di chiacchiere di variopinto linguaggio e un’immane pletora di apparati, commissioni, summit, dichiarazioni di piani strategici, e nel contempo nessun cambiamento reale. Anzi, come rileva e afferma la stessa ONU nel terzo rapporto della CBD (Convenction on Biologic Diversity) del 2010, siamo davanti a un ulteriore, fortissimo aumento delle cinque principali pressioni che conducono direttamente alla perdita della biodiversità: cambiamento di habitat, eccessivo sfruttamento, inquinamento, introduzione di specie non autoctone, cambiamenti climatici.

Le cose denunciate in questo rapporto del CBD del 2010 sono di una drammaticità estrema: «Le specie già in pericolo sono mediamente più a rischio di estinzione; quasi un quarto delle specie vegetali censite va verso la scomparsa; l’abbondanza di specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, anfibi, rettili, pesci) è scesa di quasi un terzo tra il 1970 e il 2005 e continua a diminuire a livello mondiale; gli habitat naturali in molte parti del mondo continuano a diminuire. [...] Le zone umide d’acqua dolce, gli habitat dei ghiacciai marini, le paludi salate, le barriere coralline, la vegetazione sottomarina, le popolazioni di molluschi e crostacei sono tutti minacciati dall’estinzione; l’ampia frammentazione e il degrado delle foreste, dei fiumi e degli altri ecosistemi stanno portando alla perdita irreversibile della biodiversità e dei servizi eco-sistemici; il tasso di estinzione delle specie è mille volte più alto del normale, come mai visto nella storia.»

Ebbene l’Onu, che pure ben conosce e dice queste cose così tragiche (probabilmente saranno ancora più gravi) che mettono ormai a rischio la vita stessa del Pianeta, cosa fa per impedirle? Nulla. Si continua a mantenere un modello di produzione e di vita tutto fondato su un consumo delle risorse abnorme, oltre ogni limite sostenibile secondo natura, ed estremamente ingiusto nella distribuzione delle risorse stesse all’interno dei singoli paesi e tra paesi e paesi. Si sfruttano violentemente i suoli agricoli e si altera la naturalità delle produzioni ottenute in decine di migliaia di anni, violentandone addirittura il codice genetico. Si persevera in una politica energetica che ogni anno consuma l’energia fossile accumulata dalla Terra in uno o due milioni di anni (come possono arrestarsi i cambiamenti climatici?). Si aggrediscono finanche i ghiacciai dei Poli e il fondo degli Oceani, per cercare petrolio, o si trasporta il gas a diecimila chilometri di distanza o attraversando profondi mari. Si scortica la Terra e la si rapina ben oltre la sua superficie, per una quantità di materie prime al di sopra di ogni immaginazione[5]. Si consente a potentissime multinazionali, per avere pregiato legno o suoli per monoculture o altre lucrosissime finalità, di violentare immense foreste primigenie con le etnie e le culture in esse presenti.

Un Pianeta dunque che subisce permanentemente immani violenze, che non possono che portare al crescere esponenziale dell’inaridirsi della sua vita, ovvero all’estinzione crescente - mille volte superiore al normale dice l’ONU - delle specie viventi. Sì, anche l’ONU (ma si potrebbe, usando in maniera estremamente critica e complessa tale termine, intendere la specie umana) nulla fa per salvare la Terra, per arrestare il cancro che ne sta corrodendo le cellule vitali, trasformandole in un’alienità del tutto estranea alla naturalità, e perciò non riconosciuta dal corpo vivente del Pianeta, sì da portarlo all’estinzione. Consideriamo gli atti reali: al di là di pronunciamenti generici, che nessun paese rispetta né è realmente vincolato a rispettare, vi è stata mai una risoluzione concreta contro la politica di saccheggio del Pianeta, contro le alterazioni profonde di luoghi e di habitat, contro la cancellazione di identità ed espressioni della biodiversità, o addirittura vi sono stati mai degli ultimatum, così frequenti e rapidi invece quando servono a innescare le guerre e le relative economie? La risposta è purtroppo tristemente: no!

Esiste, o meglio, è possibile una via di uscita da questa tragica spirale, che stritola e toglie il respiro della vita al nostro Pianeta? E’ la domanda che probabilmente si pongono tantissime persone, in numero di gran lunga superiore a quelle che ci stanno portando alla catastrofe. E’ sicuramente molto difficile dare una risposta certa, anche perché è estremamente complesso identificare quale livello di irreversibilità abbiamo raggiunto. Possiamo però certamente dire che la domanda e la ricerca della risposta, cioè della soluzione (intesa quale categoria universale delle singole soluzioni), essenza delle idealità e dei valori del nostro agire, sono già state fondamentali nell’avere rallentato la deriva verso la catastrofe.

Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. Occorre probabilmente anche dentro a tante menti e tanti cuori sinceri, appassionati e impegnati, far crescere l’amore e la cultura della biodiversità, quale fondamentale e irrinunciabile essenza della vita.

Aprile 2012



[1] Piacerà sicuramente tanto al mio carissimo amico Ermete Ferraro, autore di tanti scritti sulla biodiversità linguistica che scompare. 

[2] Ormai l’esempio purtroppo più emblematico è la Val di Susa con la realizzazione della TAV: ma ciò che vale per essa vale per la quasi totalità dei boschi e delle aree protette che «debbono avere un ruolo produttivo, altrimenti che senso hanno», ci dicono sempre i nostri bravi governanti, e giù di lì per investimenti e nuove strade ed edificazioni.

[3] «La Struttura della Strategia Nazionale per la Biodiversità è articolata attorno a tre tematiche cardine: biodiversità e servizi ecosistemici; biodiversità e cambiamenti climatici; biodiversità e politiche economiche. I rispettivi 3 obiettivi strategici sono raggiunti con il contributo derivante dalle diverse politiche di settore individuate in 15 aree di lavoro: 1. Specie, habitat, paesaggio; 2. Aree protette; 3. Risorse genetiche; 4. Agricoltura; 5. Foreste; 6. Acque interne; 7. Ambiente marino; 8. Infrastrutture e trasporti; 9. Aree urbane; 10. Salute; 11. Energia; 12. Turismo; 13. Ricerca e innovazione; 14. Educazione, informazione, comunicazione e partecipazione; 15. L’Italia e la biodiversità nel mondo.

Sono stati istituiti degli appositi organi di governance con DM del 6 giugno 2011 (G.U. 143 del 22/6/2011). Il Comitato paritetico per la Biodiversità, a supporto delle attività della Conferenza stessa, è composto da rappresentanti delle Amministrazioni centrali e delle Regioni e Province Autonome. Il Comitato paritetico è supportato per gli aspetti tecnico-scientifici dall’Osservatorio Nazionale per la Biodiversità composto da rappresentanti di istituzioni, Enti di Ricerca, aree protette di valenza nazionale e regionale e società scientifiche. L’istituzione di un Tavolo di consultazione, costituito dai rappresentanti delle principali associazioni delle categorie economiche e produttive e delle associazioni ambientaliste, garantisce il pieno e costante coinvolgimento dei portatori d’interesse nel percorso di attuazione e revisione della Strategia.»

(Dal sito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare www.minambiente.it)

[4] Corrado Clini ha ricoperto l’incarico di Ministro dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare del governo Monti dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013.

[5] Se l’unità di misura (da me proposta) di questa violenza è il complesso Vesuvio - Monte Somma a partire dal mare per terminare al Gran Cono, ebbene ogni anno è la massa di materia da esso costituita che viene estirpata.