1° settembre 2013: ventesimo anniversario della legge istitutiva dei parchi e delle riserve naturali in Campania

Il prossimo 1° settembre ricorre il ventesimo anniversario della legge n. 33 del 1993, istitutiva dei parchi e delle riserve naturali in Campania[1].

Dopo vent’anni posso confessarlo: quando tornai a casa dopo l’approvazione della legge, di cui fui il relatore in Consiglio Regionale, e lo comunicai alla mia amata moglie, ella si commosse profondamente e il suo pianto di gioia mi travolse e mi coinvolse tanto quanto è impossibile a esprimersi.

Si realizzava il grande sogno che ci aveva accomunato in tanti percorsi di immensa bellezza, densi di delicate ombre, di luci e di colori, di profondi orridi e dolci prati, di cime svettanti e gole vocianti nel fluire delle acque, di alberi imperiosi, di riservati arbusti, di dolci orchidee, di petali sfumati e porporini della rosa tanto amata da Saffo, di gigli irrorati di sorgenti arcobaleni, di innumerevoli metamorfosi, di striscianti cammini e silenziosi occultamenti di rettili, di veloci corse di salvezza e felicità, di voli alti e scrutanti, di sinfonie incantate di versi e armonie delle voci della natura.

Tantissime volte il nostro amore si era immedesimato in così grande vita e bellezza, donate sempre in sembianze, forme ed espressioni differenti in ogni momento delle mutevoli stagioni.

Era il sogno che diveniva realtà della protezione e della conservazione dell’incommensurabile biodiversità - per lei cristiana, il Creato, per me, la Natura - dei parchi e delle riserve naturali del Matese, di Roccamonfina e Foce Garigliano, del Taburno-Camposauro, del Partenio, della Foce Volturno e Costa di Licola, dei Campi Flegrei, dei Monti Lattari, dei Monti Picentini, dei Monti Eremita-Marzano, della Foce del Sele e del Tanagro, del Lago di Falciano[2].

Con la legge istitutiva del 1° settembre del 1993 venne posta sotto tutela una superficie pari a 177.576 ettari, il 13% dell’intero territorio della Campania, che divenne così la Regione a più alta superficie tutelata per parchi e riserve di istituzione regionale (escludendo naturalmente le Regioni a statuto speciale dove i parchi nazionali sono stati istituiti regionalmente, come l’Etna in Sicilia). Considerando i parchi nazionali del Cilento - Vallo di Diano (178.172 ettari) e del Vesuvio - Monte Somma (7.259 ettari) e le altre riserve statali e oasi protette si arriva a un totale di oltre 350.000 ettari di aree tutelate, superiore a un quarto dell’intera superficie della Regione.

Contenuti di immensa valenza ideale, culturale e scientifica, economica e produttiva, inimmaginabili fino a qualche anno addietro, furono introdotti nella legge: dall’individuazione dei valori istitutivi delle aree protette (in una profonda armonia e simbiosi di storia della natura e storia dell’uomo), espressi nei fondamentali entusiasmanti articoli 1 e 2, alla democratica e diretta partecipazione delle comunità locali nella gestione degli ambiti sottoposti a tutela; dal ruolo delle associazioni ambientaliste e delle istituzioni scientifiche e culturali campane ai piani territoriali, strumenti fondamentali per la programmazione della salvaguardia e della valorizzazione; dall’educazione ambientale alla metodologia istituzionale di verifica dell’attuazione delle finalità dei parchi. Possiamo certamente affermare, senza alcun timore di essere smentiti, che la nostra legge n. 33 del 1993 ha costituito un riferimento primario per le iniziative legislative sulle aree protette di tante altre Regioni italiane.

A vent’anni da tale storico evento, certamente sono molte le questioni che si pongono e che si intrecciano tra loro: su come fu possibile realizzare un tale evento, sull’attuazione concreta della legge e sui reali risultati ottenuti, e soprattutto sul futuro di essa. Il tutto è racchiuso nella vera questione di fondo: il percorso della legge, dalla sua approvazione fino a oggi, ha mantenuto l’immenso valore del suo spirito costituente, fondato su un’eccezionale tensione e mobilitazione ideale e culturale, che accomunò gran parte della società e della politica per l’importante e rivoluzionario obiettivo della tutela e della valorizzazione conservativa di natura, storia e cultura di tanta parte della Campania? Dobbiamo partire da questo momento fondativo della legge, perché essa non fu solo un importantissimo fatto legislativo, ma anche un grande processo di democrazia e di partecipazione, un’espressione altissima della politica.

Innumerevoli furono le audizioni delle associazioni - in primo luogo ambientaliste, ma anche quelle dell’opposizione alla legge, come quelle venatorie - e delle comunità locali, finalizzate a rendere le stesse protagoniste delle scelte legislative e della loro successiva attuazione. Innumerevoli furono gli incontri pubblici, le discussioni e le riflessioni sulla legge.

Le varie forze politiche dell’epoca (dai Verdi Arcobaleno ai Verdi del Sole che ride, dal PRI al PSI, dal PCI-PDS alla DC, da AN al PLI) parteciparono tutte intensamente all’intero processo della costruzione della legge, sentendo fino in fondo che si stava attivando un evento storico per la Campania, di cui volevano essere protagoniste, e il testo finale fu sicuramente molto più ricco, articolato e praticabile di quello di base da me presentato, come consigliere Verdarcobaleno.

La scelta unitaria di tutte le forze politiche di affidare a me dell’opposizione la relazione sulla legge in Consiglio Regionale - il che naturalmente rappresentò per me una gioia senza limiti - così come le dichiarazioni di voto e il voto all’unanimità di approvazione della legge ebbero questo significato: l’immenso, insostituibile valore della politica e delle istituzioni quando mirate a grandi finalità, la conclusione di un fondamentale percorso per attivare compiutamente la tutela degli incommensurabili valori naturalistici, storici, culturali e colturali della Campania e un’idea di lavoro e di sviluppo profondamente alternativi alla distruzione e al degrado del territorio e dell’ambiente.

Certo la legge è stata in questi vent’anni, per la sua stessa esistenza, un importante baluardo contro tanti saccheggi e speculazioni e ha contribuito decisamente a non allungare la lista rossa delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione in Campania[3]. Sarebbe da parte di tutti, anche delle associazioni ambientaliste, un gravissimo errore non avere la piena consapevolezza di ciò, come di tantissime importanti iniziative che localmente si sono sviluppate, nel senso sia della conoscenza e della tutela dei valori delle aree protette che della loro valorizzazione educativa e produttiva. Ma contestualmente non possiamo purtroppo non constatare che la grande attesa, il sogno collettivo della politica e della società creatisi con la legge stanno sostanzialmente svanendo, e cioè sempre più e in maniera progressivamente crescente è valso ciò che con espressioni similari hanno sintetizzato il coordinatore regionale dei VAS, Nicola Lamonica, e il referente per le aree protette di Legambiente, Pasquale Raia: «Il potere politico regionale ha occupato i parchi, anziché occuparsi dei parchi.»

Occuparsi dei parchi avrebbe significato attivare un reale percorso definito nelle specificità delle finalità di ciascuna area protetta (come indicato dalla legge istitutiva), nei tempi di attuazione, nella ricerca, programmazione e ottimizzazione delle risorse. Occupare i parchi ha invece significato il loro uso come terreni di pratiche clientelari e di lottizzazioni politiche, mutevoli con il mutare delle forze politiche al governo della Regione, nella spesa come nelle nomine a partire dai presidenti e dai direttori dei parchi, non certo - fatte le dovute eccezioni - all’altezza sia della qualità e professionalità richieste sia della grande tensione ideale necessaria per il conseguimento delle finalità istitutive dei parchi stessi. La lotta per la spartizione dei presidenti e dei direttori è stata purtroppo la vera questione centrale dell’attuazione della legge, e le risorse spese, invero anche molto modeste, in gran parte non hanno lasciato traccia riguardo alla reale attuazione delle finalità dei parchi, quando non l’hanno fatto addirittura in senso opposto.

La verità (triste a dirsi) è che il presidente della Regione, l’assessore all’ambiente, l’intera Giunta Regionale, come invero gran parte del Consiglio Regionale, non vivono le grandi idealità, la passione politica, l’utopia che portarono - sì, nella Prima Repubblica - a una legge di tale immensa valenza per l’oggi e per il futuro, per l’uomo e per la natura. Se così non fosse sentiremmo palpitare il Governo e il Consiglio regionali di impulsi dirompenti rispetto all’impetuosa crescita dell’umanità, alla cultura della biodiversità, alla rigenerazione della legge con l’introduzione e la reale attivazione delle innumerevoli convenzioni internazionali previste a tutela dei suoi molteplici aspetti. Quale grandissima gioia, per tanti di noi che la costruimmo, sarebbe se dall’attuale Governo e Consiglio regionali la legge venisse criticata per l’insufficienza dell’esplicitazione di tali convenzioni e se venissero fatte proposte per ulteriori qualificazioni degli articoli fondanti, come ad esempio: «La Regione Campania assume la tutela della biodiversità quale scelta primaria della sua funzione e della sua iniziativa istituzionale. Il 22 maggio di ogni anno, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, è convocato un Consiglio Regionale straordinario aperto alla partecipazione dei cittadini sullo stato della biodiversità in Campania, sulle iniziative svolte, sugli obiettivi perseguiti e su quelli da realizzare. La Regione approva lo stendardo campano della tutela della biodiversità, che viene esposto unitamente alla bandiera dell’Unione Europea, dell’Italia e della Regione Campania nei luoghi pubblici. La Regione Campania istituisce la Biennale del Sole e della Biodiversità del Mediterraneo, come previsto dalla legge n. 1 del 2013 sulla cultura e sulla diffusione dell’energia solare in Campania.» E naturalmente tanti altri possibili qualificanti elementi.

Purtroppo non è avvenuto né avviene nulla di tutto ciò, né viene minimamente rispettato quanto previsto dall’articolo 4 della legge relativamente alla verifica dei risultati conseguiti in rapporto alle finalità di ciascun Ente Parco e soprattutto alla relativa relazione al Consiglio Regionale da parte del Comitato Consultivo regionale per le Aree naturali protette. Questa gravissima carenza del Governo regionale è il segnale più evidente della qualità dell’impegno posto da parte della Regione nella realizzazione delle finalità istitutive dei parchi e in un reale, organico controllo di quanto avviene in essi.

Naturalmente la denuncia della tendenza in atto a una profonda decadenza dell’incomparabile realtà dei parchi e delle riserve naturali, terrestri e marine, allo svilimento della loro legge istitutiva, alla crisi delle grandissime aspettative da essa create, è di fondamentale importanza per invertire radicalmente i tristi processi in atto. La crisi economica sta ottenendo il risultato prefissatosi da chi l’ha pensata e generata: spegnere ideali, valori, amore e solidarietà per la natura e per le generazioni future, e riportare tutto a un modello economico di sviluppo (riproposto quale sola via di uscita) che si fonda sulla perdita della biodiversità e sul saccheggio dell’ambiente, del territorio e delle sue risorse. I parchi e le aree protette, per la loro stessa identità, costituiscono un ostacolo vero a tale percorso, e perciò alto è il rischio non solo della mancata attuazione delle loro finalità, ma anche di una progressiva loro cancellazione sul piano formale istitutivo.

Vent’anni fa fortissima era l’attesa per l’approvazione della legge sulle aree protette: lo era in ogni strato della società oltre che della politica. Oggi non è più così, e predominano indifferenza, disinteresse e, spesso, opposizione e rigetto.

In un percorso di coinvolgimento pieno e di intensa partecipazione dell’intera società campana, a partire naturalmente dalle comunità locali, occorre ricreare perciò in primo luogo quel clima, quel sogno e quella speranza esistenti al tempo dell’approvazione della legge, in una grande unità delle forze e delle istanze ecologiste, ma anche culturali, economiche e sociali, che credono che i parchi e le riserve naturali, come più globalmente la tutela dell’ambiente, della biodiversità, della storia e della cultura, siano questioni centrali per il progresso e per il benessere, anche produttivo ed economico, della Campania.

Contestualmente è giusto, necessario e urgente chiedere al Governo e al Consiglio regionali di recuperare i grandi limiti finora espressi nel rispetto e nell’attuazione di una delle più importanti leggi della Campania, rilanciando compiutamente sotto ogni aspetto i suoi immensi contenuti. Un Consiglio Regionale straordinario, nel prossimo mese di settembre, aperto alla partecipazione di tutti i possibili protagonisti di una nuova primavera delle aree protette in Campania, nel quale illustrare e far crescere questo entusiasmante nuovo orizzonte della cultura della biodiversità e della vita, sarebbe il regalo più bello fatto alla nostra Regione per il ventesimo anniversario della sua legge n. 33 del 1° settembre del 1993!

Agosto 2013



[1] Il testo della legge è riportato in appendice. 

[2] A questo primo elenco del 1993 sono state aggiunte in seguito come Aree naturali protette (art. 5): Ente parco regionale del bacino idrografico del fiume Sarno;Diecimare; Parco Vallo di Lauro-Pizzo d’Alvano;Parco Monte Maggiore, Monte Monaco e Monte Fossato.

[3] Me lo ricorda spesso il carissimo amico Maurizio Fraissinet, che della legge fu anche, quale consigliere regionale dei Verdi, protagonista fondamentale nella stesura e nel percorso di approvazione.